1) INTERVISTA AL FANTASMA… Ovvero la storia narrata da un testimone oculare


Fra gli innumerevoli sogni che popolavano la luminosa e spaziosa immaginazione della mia adolescenza, quello più ricorrente era senz’altro il desiderio di diventare in futuro un famoso giornalista e non solo, ma anche uno scrittore conteso dalle più prestigiose case editrici. Il sogno è rimasto tale purtroppo ed oggi, che son giunto all’età che non lascia spazio ai sogni, immaginando per un momento, solo per me naturalmente, di essere contemporaneamente giornalista e scrittore provo a far ricerche ed a scrivere come se lo fossi veramente. Sono stato sempre affascinato dal mistero, dalle leggende di presenze immaginarie, da tutto quello che è al di fuori della cosiddetta normalità ed il periodo storico che ho più amato è quello relativo al Medioevo con i suoi Castelli ora tetri e possenti, ora maestosi e belli. La magica parola “ CASTELLO “ stimola immediatamente la fantasia che si popola di affascinanti dame, di cavalieri lucenti nelle loro armature, del rumore assordante delle battaglie, lo scintillio delle spade che si incrociano, il galoppo di cavalli ansimanti, le palle di fuoco lanciate dalle baliste, le scale appoggiate alle mura per l’assalto ed il fumo dell’olio bollente lanciato sugli assalitori e potrei continuare ancora se non temessi di annoiare i miei pochi probabili e pazienti lettori!

A proposito di castelli, trovandomi a gironzolare in macchina lungo la riviera fra Cattolica e Riccione, spinto da una bellissima giornata piena di sole che invitava ad ammirare la bellezza del paesaggio, mi avviai verso l’entroterra che, con il verde delle sue colline quasi in faccia al mare, completava un meraviglioso quadro naturale. Colpì la mia attenzione una collina un poco più alta delle altre che al centro del suo verde intenso mostrava un qualcosa che poteva sembrare una enorme macchia di sole. Incuriosito mi avvicinai e, giunto a Morciano di Romagna, mi accorsi che quella macchia di sole era un maestoso castello! Mi fermai ed, abbassando il finestrino della macchina, chiesi al primo passante:    “ Scusi, mi sa dire che cos’è quel castello in cima a quella collina? “ Guardandomi meravigliato come se avessi fatto la domanda più inutile in assoluto, mi rispose: “ Come, non lo sa ? E’ la Rocca di Montefiore! “ Di rimando, quasi scusandomi: “ La ringrazio tanto, ma non lo sapevo! “ Da quel momento decisi che appena ne avessi avuto la possibilità avrei fatto una accurata visita a quella Rocca scoperta per caso. Qualche tempo dopo, trovandomi a sorseggiare un caffè in un bar della zona, mi capitò sotto mano il Carlino del giorno e, sfogliandolo, mi folgorò una notizia che rese ancora più buono il caffè già ottimo che stavo bevendo: “ Scoperto da un troupe di sensitivi un fantasma nella Rocca di Montefiore ed una foto regolarmente certificata ne conferma la presenza. “  A questo  punto era assolutamente irrinunciabile la mia visita alla Rocca che, controllati gli orari di apertura, programmai per il mio primo sabato libero. Finalmente, lasciati a mia moglie i piacevoli impegni con gli amatissimi nipotini, giunse il desiderato sabato. Mi misi in macchina ed era tanta la fretta di giungere alla meta che il piede così stranamente pesante sull’acceleratore mise a rischio la tenuta in alcune delle tante curve che presentava la salita verso Montefiore. All’ultimo chilometro, in un tratto di strada quasi piano, si presenta all’improvviso la bellissima veduta del borgo con la possente Rocca che lo domina ed il piede passa veloce dall’acceleratore al freno perché non si puo fare a meno di fermarsi ad ammirare tanta bellezza. Fatta qualche foto misi in moto, ripartii e mi trovai dopo qualche minuto nella piazzetta al centro del borgo. Saputo che si poteva andare in auto fino alla Rocca, attraversata una porta ad arco che seppi poi chiamarsi Porta Curina e salendo in prima su di una stretta via col manto di selci che s’inerpica fra muri centenari, giunsi in un piazzale proprio ai piedi della gigantesca Rocca. Chiusa la macchina e messo in spalla lo zainetto con tutto l’occorrente per l’avventura che avevo deciso di vivere, feci gli ultimi cinquanta metri di salita. Arrivai ad una mura dove una targa spiega che si tratta del Muro Grosso costruito nel 1475, tagliato da una porta ad arco chiamata Porta delle due saracinesche. La attraversai per salire poi la faticosa scalinata che porta all’ingresso. Finalmente giunsi nella sala adibita a biglietteria e vi giunsi così ansimante che la signorina in servizio, spaventata, mi fece subito sedere portandomi anche un bicchiere d’acqua! Ripreso un respiro quasi regolare, ringraziai, pagai quasi con gioia il biglietto d’ingresso ed iniziai la tanto desiderata visita a questa misteriosa Rocca che qualche tempo prima non sapevo neppure esistesse. Guardai l’orologio che segnava le 16 e 30 di una giornata piena di sole e tu gentile lettore prova ad immaginare che quella giornata sia oggi e che proprio oggi succeda tutto quello che in seguito racconterò!

Inizio la mia visita: attraverso il cortile interno, che racchiude  un bellissimo pozzale del ‘300, e raggiungo le prime due stanze che mostrano gli scavi effettuati durante l’ultimo restauro dove sono stati portati alla luce interessanti reperti di ceramiche del XIV°, XV° e XVI° secolo ed ho l’impressione di essere al centro di una vera zona archeologica. Salendo le scale giungo nella prima stanza dove sono esposte, restaurate, le ceramiche ritrovate e da una porta ad arco entro in una meravigliosa sala che scopro chiamarsi “ Sala dell’Imperatore “ raffigurato in un prezioso affresco sull’alto di una parete. Esco e salendo ancora entro in una seconda stanza dove sono esposte, in eleganti vetrine, altre ceramiche ed uscendo accedo al primo terrazzo panoramico. Non mi curo troppo del panorama perché mi è stato detto che più in alto c’è un secondo terrazzo dal quale si gode una veduta addirittura mozzafiato ed attraversato in fretta il terrazzo mi ritrovo in un’altra bellissima stanza: la “Sala del Trono”. Entrandovi provo la sensazione di trovarmi improvvisamente in pieno Medioevo. Alle pareti sono esposti, staccati dalla sala dell’Imperatore, alcuni affreschi di Jacopo Avanzi, pittore bolognese del ‘300, interessanti perché sono fra i pochi che raffigurano soggetti laici invece che religiosi. Salendo ancora, ansimante, accedo alla stanza di Donna Costanza. Sono veramente emozionato perché conosco un poco la vicenda di questa sfortunata nobildonna malatestiana e scopro, appesa ad una parete, una simpatica ode in suo onore che riassume la sua tragica storia. Finalmente l’ultima rampa di scale ed ecco l’enorme terrazzo, il “ Terrazzo dell’Infinito”, dal quale con lo sguardo abbraccio gran parte della riviera romagnola, da Cattolica a Ravenna, e l’azzurro mare sembra toccarsi con mano! La visita è finita e, anche se non sembra, sono trascorse ore ed il sole, nascondensosi dietro i monti, lascia i colori del tramonto, ma io non vi lascio perché voglio narrarvi con ogni dettaglio ciò che avverrà con i colori della notte. Devo assolutamente pensare a cosa fare e, preso il coraggio a quattro mani, decido di restare nel castello tutta la notte, ma per far questo devo naturalmente nascondermi in modo che il custode, chiudendo il castello, sia sicuro di non avervi lasciato nessuno nelle numerose stanze. Ci riesco e, all’ora stabilita, odo il rumore del vecchio, pesante e arruginito cancello che si chiude: nel sentirmi improvvisamente solo un leggero brivido mi pervade la schiena tanto che quasi mi pento della “coraggiosa” decisione presa. Il tocco improvviso del campanone della torre che suona le 20, contrariamente al solito, quasi mi spaventa, ma poi mi rinfranco, lascio il mio nascondiglio, salgo all’aperto sul terrazzo più alto e sento sul viso la carezza amica della fresca aria della notte. Provoca sempre una profonda emozione questo terrazzo, l’ho provata oggi ammirando il panorama di giorno ed ora, affacciandomi, a monte il borgo illuminato appare come un suggestivo presepe ed a valle la riviera con la sua miriade di luci sembra lo specchio di un immenso cielo stellato. Sono da poco passate le 20, ho fame, divoro il panino imbottito che avevo nello zainetto per l’occasione, bevo la piccola birra che mi disseta e, consumata la frugale cena, scendo verso la “Sala del Trono”  che, fra le tante, è quella che più mi immerge in un mondo di misteri. La luna colora di bianco l’enorme pietra che fa da davanzale interno ad una delle grandi finestre della sala, a fatica vi salgo  e, con la macchina fotografica in mano, mi siedo in attesa di non so neppure io cosa. Ogni rumore, ingigantito dal silenzio della notte, mi fa sobbalzare, ma conscio di essere chiuso dentro, mi faccio coraggio da solo e non demordo: attendo, attendo, attendo, a fatica tengo aperti gli occhi, ma non dormo, sì, sì sono sveglio, almeno mi sembra e di colpo lo vedo!  Sì, l’ho di fronte a pochi passi da me nella sua armatura lucente di luna e non mi incute alcun timore, no, no, lo sento amico; con una mano tiene abbassata la spada e con l’altra mi saluta e noto con stupore che ha alcune dita mozzate. Scatto velocemente alcune foto, ma subito smetto perché mi accorgo che i flash lo disturbano e mi propongo però di interrogarlo: sarà la mia intervista al fantasma!

“ Mi scusi cavaliere se oso, ma vorrei rivolgerle alcune domande.” Nessuna risposta, silenzio assoluto! Non mi perdo d’animo ed insisto: “ Sia gentile, la prego, ho tante cose da chiederle e se può mi risponda! “ Lo guardo in viso, i suoi occhi prima spenti si illuminano improvvisamente, le sue labbra si muovono veloci ed odo una voce calda ed armoniosa che dice: “ Non serve il darsi del lei fra di noi, siamo due Spiriti, io uno Spirito libero e tu uno Spirito ancora imprigionato in un corpo e fra Spiriti è naturale darsi del tu.” Sorpreso piacevolmente, di rimando: “ Con gioia ti darò del tu e gradirei conoscere il tuo nome! “   Quasi urtato risponde:  “Non ha importanza il mio nome e neppure la mia storia personale. A tal proposito posso dirti solamente che, a causa della mia morte violenta, vago da secoli in questa magnifica Rocca.” Rimango un poco deluso perché avrei voluto conoscerlo veramente, ma mi rassegno e mi consola il fatto che, vista l’atmosfera confidenziale creatasi, potrò fare un sacco di domande sulla storia e le vicende di questa meravigliosa Rocca e subito: “ Ti chiedo scusa se sono stato inopportuno, mi addolora la notizia della tua morte violenta e non ti farò altre domande personali, ma sono sicuro che non ti rifiuterai di dirmi tutto quello che sai sulla storia di questo antico castello.” Mi guarda e, dopo un attimo di silenzio: “ Su questo, per quanto mi sarà possibile, ti risponderò. “  Incomincio così con vera emozione  la mia strana e tanto desiderata “ intervista “                                       “Quando sei nato tu esisteva già la Rocca o era ancora da costruire o in costruzione? “

Mi si avvicina lentamente ed inizia la sua preziosa “ testimonianza “.

“ Esisteva già ed ho saputo da mio padre che a farla erigere, attorno ad una specie di maschio già esistente, era stato Malatesta Antico, meglio conosciuto come Guastafamiglia e questo avvenne  nei primi trent’anni del 1300. Quando entrai a far parte dei soldati a difesa del Castello, al Guastafamiglia era succeduto il figlio Galeotto Malatesta che fu poi chiamato Malatesta Ungaro per aver ospitato nel 1347 nella Rocca Luigi il Grande re d’Ungheria e la sua corte. Fu l’Ungaro che abbellì la Rocca ornandola di preziosi affreschi del pittore bolognese dell’epoca Jacopo Avanzi e fu Pandolfo II, fratello dell’Ungaro, che l’ampliò alquanto. Mi piacerebbe raccontarti alcuni emozionanti episodi che ho vissuto veramente in questo periodo, ma, se vorrai, te li racconterò in seguito perché ora voglio narrarti, senza dilungarmi troppo per non annoiarti, la storia di questo maestoso castello della quale sono stato testimone per poco tempo da vivo e per secoli fino ad oggi da Spirito libero. Dunque, l’Ungaro morì nel 1372 e gli succedette lo zio Galeotto che ebbe otto figli fra i quali Galeotto Novello conosciuto col nome di Galeotto Belfiore per essere nato nella Rocca la domenica del 5 luglio 1377. Il Belfiore, bello di nome e d’aspetto, dominò Montefiore per poco perché si spense giovanissimo ad appena 23 anni ed a lui subentrò il fratello Carlo fino al 1429, anno della sua morte. Il retaggio passò al nipote Galeotto Roberto, anche lui deceduto ad appena 21 anni, e nel 1432 il dominio finì definitivamente nelle mani del fratello Sigismondo Pandolfo Malatesta, il più celebre dei Principi del Casato. Fu questi che completò veramente il castello e fece della Rocca un baluardo di guerra ed una residenza di riposo e di svago. Per un trentennio Sigismondo, pur bramoso di potere e di gloria, governò saggiamente e si procurò il vanto di aver assunto il già famoso architetto Leon Battista Alberti per la costruzione del magnifico tempio Malatestiano in Rimini. Purtroppo però per Sigismondo giunse l’ora della disfatta quando venne dichiarato ribelle e scomunicato da Papa Pio II Piccolomini. Spinto da quest’ultimo, Federico da Montefeltro, anche con l’aiuto degli stessi Montefioresi, espugnò il castello. Montefiore e la sua Rocca passarono alla Santa Sede e nel 1462 gli stessi paesani fecero scolpire sull’alto della Porta d’ingresso lo stemma del Papa. Finì così il dominio del Casato dei Malatesta e finì anche per me il periodo che trascorsi, in parte da vivo ed in parte da Spirito libero, con vera partecipazione alle vicende di questa illustre famiglia. Ora sono stanco e vorrei……”

“ No! Ti prego, non andartene ancora! Ci sono ancora secoli di storia da ricordare, l’alba è ancora lontana e poi mi hai promesso che mi avresti narrato alcuni episodi emozionanti se l’avessi chiesto, ti prego Spirito gentile resta ancora! “

“ Sono davvero stanco, ma voglio mantenere la promessa che ti ho fatto e ti prego  perciò di concedermi dieci minuti e di raggiungermi nella sala di Donna Costanza. “   Detto questo scompare dalla mia vista e mi sento improvvisamente davvero solo ed anche un poco intimorito perché, per raggiungere la stanza di Donna Costanza, debbo salire un bel tratto di scale completamente buio. Non posso naturalmente tirarmi indietro e, col cuore in gola, salgo pian piano uno scalino per volta, giungo alla porta della sala, sposto la tenda che la chiude ed entro ansimando. La stanza ha una particolare acustica, ogni piccolo rumore viene amplificato, il mio ansimare sembra un forte soffio di vento e mi spaventa il rumore dei miei passi. Mi guardo attorno e non vedendo nessuno per un attimo mi perdo d’animo, ma un fruscio improvviso, dolce come una carezza, porta nella stanza un profumo di nuovo ed è lì davanti a me, ad appena tre passi, il mio ormai amico Spirito Libero!

“ Ti ringrazio di essere tornato buon cavaliere, ti ringrazio veramente di cuore ed ora, se vuoi, raccontami tutto quello di cui sei stato testimone, come Spirito libero, dalla fine dei Malatesta fino ai tempi nostri. “

“ Per me, gentile e curioso amico, sono secoli insignificanti perché la vita nel castello era completamente cambiata e per più di un secolo addirittura assente. Dopo il passaggio sotto il dominio della Santa Sede, furono molteplici i reggitori che si alternarono, Cesare Borgia il Valentino, poi la Repubblica di Venezia, la Santa Sede di nuovo, il principe di Macedonia Costantino Commeno, Lorenzo di Pietro de’ Medici, la Chiesa ancora e di nuovo Costantino Commeno che morì nella Rocca nel 1530. Mi ricordo molto bene i terremoti del 1584 e del 1672. Nella prima metà del Settecento, trascurata dalle autorità centrali, fu spogliata dei pavimenti e delle inferriate per fornire materiali al convento dei Cappuccini. Mi pianse il cuore al vedere in seguito la Rocca completamente abbandonata e gioii davvero quando, anche se ridotta in alcune parti un rudere, la vidi ripopolarsi di centinaia di sfollati che, scappando dalle città a causa dell seconda querra mondiale, vi trovarono rifugio. Poi finalmente, se ricordo bene nel 1954, il primo vero restauro al quale ha fatto seguito il secondo circa cinquant’anni dopo. La Rocca è così tornata al suo antico splendore e ne sono felice anche se i tanti visitatori che vengono ad ammirarla spesso disturbano il mio riposo.”

Terminata la sua testimonianza mi fa un cenno di saluto e si muove per andarsene, il suo essere etereo ed evanescente sembra svanire nel nulla, ma io non posso lasciarlo andare e corro per fermarlo, vorrei afferrarlo ma so che non è possibile ed allora con voce supplichevole, quasi pregando:

“ Ti scongiuro, rimani, non lasciarmi, ricordati della promessa che mi hai fatto, c’è tempo Spirito gentile e la notte ci è amica ancora! ”

Si ferma, mi guarda in faccia con un’espressione che mi vuol far capire che dovrei già essere più che soddisfatto, ma poi, con un sospiro che  sembra addirittura umano, inizia con la solita voce calda ed amica:

“ Sono molto stanco, non sono mai stato così a lungo in contatto con uno Spirito ancora prigioniero, ma risponderò ancora alle tue domande, chiedi pure.”

“ All’inizio del nostro colloquio dicesti che, se l’avessi voluto, mi avresti parlato delle emozioni provate in vita durante il dominio della Rocca di Malatesta Ungaro e vorrei conoscere i tuoi ricordi sia gioiosi che tristi di quel periodo. “

“ Conservo molti ricordi veramente piacevoli. Ero poco più che adolescente, non indossavo ancora l’armatura, facevo i più svariati lavori, dalle cucine alle stalle e ricordo l’atmosfera particolare e gioiosa, nonostante i gravosi impegni dei preparativi, per l’arrivo di Luigi il Grande re d’Ungheria che venne ospitato con la sua corte. La Rocca, abbellita per l’occasione, non aveva nulla da invidiare ad una reggia e venne servito un banchetto veramente sontuoso: era il 17 dicembre del 1347. Vedere l’eleganza della coppia regale, lo sfarzo della corte, la lucentezza delle armature dei soldati al seguito sui loro scalpitanti cavalli, mi provocò una emozione profonda. Qualche anno dopo, nel 1349, anno in cui indossai la prima armatura che, anche se non amavo l’uso delle armi, mi diede la gioia e l’onore di essere a difesa della nobile famiglia e della amata Rocca , giunse la bella notizia della nascita di Costanza, figlia dell’Ungaro e di Violante d’Este e fu festa per tutti. Costanza sarà poi in futuro una presenza continua nei miei ricordi. La vidi la prima volta nel 1362, era già una donna bellissima anche se appena adolescente, non osai neppure guardarla, abbassai lo sguardo quando mi passò vicino, ma ciononostante quella immagine meravigliosa è rimasta sempre nei miei occhi. L’anno successivo ancora festa: il matrimonio di Costanza appena quattordicenne con il marchese Ugo D’Este, fratello di Costanza D’Este seconda moglie di Ungaro della quale la nostra Costanza si trovò ad essere contemporaneamente figliastra, nipote e cognata! Non vidi più Costanza fino a quando…..non vorrei continuare per non rinnovare ancora col ricordo le atroci sofferenze che provai allora. “

“ Mi dispiace provocarti dolore, riposati un attimo, ma poi ti prego, cerca di superare questo particolare momento e continua il tuo racconto così importante.”

Rimane in silenzio, un lunghissimo minuto di silenzio. Improvvisamente il suo essere evanescente sembra prendere corpo, si avvicina ed ho quasi la sensazione di sentire il rumore dei suoi passi. Per la prima volta mi assale la paura, brividi di freddo mi attraversano, ma è solo un attimo, il suo essere ritorna etereo ed evanescente e sento di nuovo la sua voce amica che mi rincuora ed inizia mestamente a ricordare:

“ Allora, Spirito curioso, si susseguirono episodi a volte spiacevoli  e molto spesso troppo dolorosi. Nel 1370 la morte del consorte Ugo D’Este rese Costanza vedova e quando nel 1372 la lasciò anche il padre, vedova ed orfana ritornò a vivere in questa Rocca. La vidi arrivare con il suo seguito: era bellissima, non più adolescente ma ora donna con un fascino travolgente. Come poteva una donna così bella, tanto ricca per le eredità avute dal marito e dal padre ed altrettanto insoddisfatta a causa del suo essere vedova ancora giovanissima, come poteva, ripeto, rinunciare all’amore lei che era l’immagine dell’amore? Non vi rinunciò e furono tanti i fortunati che godettero dei suoi favori, favori che infinite volte furono i  meravigliosi protagonisti dei  miei sogni. Ma furono solo sogni, una volta solo alzai gli occhi incontrando i suoi e lei, vedendo i miei pieni di desiderio, mi fece un sorriso così radioso che non ho mai dimenticato. Poi seguirono giorni peggiori quando Costanza, che aveva già indispettito con il suo vivere libertino lo zio Galeotto, si innamorò di un certo Ormanno, un mercenario tedesco non gradito alla Casata.  Ho sempre creduto che quello sia stato vero amore, sì fu vero amore perché Costanza, nonostante le minacce dello zio, non vi rinunciò e ne affrontò le tragiche conseguenze: il 15 ottobre del 1378, venne barbaramente uccisa da un certo Furiuzzo da Forlì, un perfido sicario assoldato dallo stesso zio di Costanza. Per me fu un dolore indicibile, piansi di nascosto a lungo perché mi era stato tolto per sempre l’oggetto dei miei sogni più belli, la fonte di quei desideri che rendevano migliore la mia vita vuota e senza amore. Tempo prima ero venuto a conoscenza della tragica fine della storia d’amore di Francesca e Paolo Malatesta, immortalata da un poeta fiorentino con versi sublimi nella sua Commedia poi chiamata divina e “ amor ch’a nullo amato amar perdona “ fu il verso che non ho mai dimenticato. Era la potenza dell’amore, rimasi profondamente colpito dalla tragica morte di Francesca, ma quella di Costanza rese tristi e completamente vuoti gli ultimi anni della mia vita per fortuna finiti tragicamente in fretta.”

 Rimane immobile a lungo e piange in silenzio, un silenzio profondo non disturbato da rumore alcuno, il vento è cessato ed anche la Rocca è senza suoni, sembra quasi assente, eterea ed avanescente come un fantasma. Mi faccio coraggio e:

“ Mi fa star male il tuo dolore Spirito gentile ed imploro il tuo perdono per avertelo ricordato, ma non posso fare a meno di chiederti una cosa che ritengo importante…..nel tuo vagare per secoli come Spirito libero in questa tua amica Rocca, hai mai incontrato lo Spirito libero di Costanza a te così cara? “

Turbato da questa domanda, si gira come per andarsene, ma poi :

“ Sei proprio curioso Spirito mai contento e non so come, nonostante la tua insistenza, tu non sia ancora riuscito ad impazientirmi. Forse sarà perché  ho visto in te non una curiosità morbosa, ma solo un sano desiderio di sapere e solo per questo ti rispondo: anche se sono rimasto per secoli a vagare in queste stanze solo con questo desiderio, purtroppo non ho ancora incontrato lo Spirito libero di Costanza. Qualche rara volta ho avuto la sensazione di un fruscio diverso, di un soffio di vento carezzevole, di un sospiro leggero che portava un piacevole profumo nelle stanze, ma era forse solo l’ illusione che fosse  Costanza?  Sono  comunque  sicuro che la incontrerò nell’eternità del tempo. Come vedi ho risposto anche a questa tua domanda, ma ricordati che raramente mi sono mostrato in queste stanze e mai mi sono trattenuto così a lungo con uno Spirito ancora prigioniero, l’ho fatto solo con te, non so il perché ed è stata così grande la fatica che non si ripeterà mai più. Prima che me ne vada, se hai qualche altra domanda approfittane in fretta perché il giorno si avvicina. “

Sorpreso da questo piacevole quanto inaspettato invito, dopo un attimo di attesa per pensare alle domande che avrei voluto fare:

“ Ti ringrazio di cuore per la tua pazienza e la tua piena disponibilità e ne approfitto per sapere  se la Rocca, oltre a Luigi il Grande re d’Ungheria ha avuto in seguito altri ospiti illustri. “

“ Oltre al re d’Ungheria la Rocca ospitò, nei vari periodi storici, tanti altri uomini illustri che, dato che sono veramente stanco, ti elencherò velocemente: nel 1415 papa Gregorio XII venne accolto da Carlo Malatesta, nel 1433 si fermò Sigismondo re di Boemia ed Imperatore, nel 1445 il condottiero Taliano Furlano con un seguito di mille fanti e mille cavalli, nel 1446  il cardinale legato Ludovico Trevisano, l’architetto Filippo Brunelleschi si trattenne per pochi giorni incaricato al controllo delle possenti mura di difesa ed infine nel 1507 pernottò nella Rocca papa Giulio II. Non ricordo altro, ho la memoria confusa ed ora me ne vado…addio. “

“ Aspetta, non andartene, lasciami il tempo per ringraziarti per la magnifica esperienza  che mi hai fatto vivere e per la tua squisita cortesia!  Vorrei abbracciarti, so che non è possibile, ma ti prometto che quando diventerò come te Spirito libero ritornerò in questa Rocca per incontrarti e per cercare insieme a te la tua amata Costanza che vorrei tanto conoscere anch’io! “

“ Vivi pienamente gli anni che ti restano, io ti aspetto senza problemi, per me non esiste più il tempo…….addio gentile compagno di una notte! “

Mi saluta con un gesto della mano, quella mano che nonostante le dita mozzate non desta timore, poi si allontana ed i contorni della sua figura si fanno più trasparenti, vedo che pian piano scompare, voglio fermarlo e corro per afferrarlo, ma sento con le mani tese il freddo muro della stanza. Provo un leggero torpore, spalanco gli occhi e piano piano me li stropiccio come quando ci si sveglia all’improvviso. Per un attimo credo di aver sognato, di essermi svegliato in quel momento,  ma è solo un  attimo di  incertezza perché sono troppe le cose che ho in mente, troppi i ricordi. Esco provato dalla Rocca, gli occhi stanchi per la lunga notte insonne, saluto le signorine della biglietteria, che vedendomi uscire senza avermi visto entrare, mi guardano come se vedessero un fantasma e torno a casa con la gran voglia di mettermi subito a scrivere per non dimenticare tutto quello di cui sono venuto a conoscenza in questa notte magica.

Spero di essere riuscito nell’impresa non facile di aver raccontato il tutto senza annoiare chi ha avuto la pazienza e la bontà di leggermi.

Comunque……GRAZIE SPIRITO LIBERO, GRAZIE CAVALIERE AMICO!!!

 

AUTORE

Giovanni ( Gianni ) Martelli

Montefiore Conca

20/27 luglio 2017